All posts by

17 Articoli
  • FOTOGRAFARE GLI ACQUARI

Workshop Fotografico “FOTOGRAFARE GLI ACQUARI”

PROPOSTA: WORKSHOP “FOTOGRAFARE GLI ACQUARI”

Se ti piace la Fotografia e ti affascina il mondo dell’acquariofilia, FOTOGRAFARE GLI ACQUARI è un Workshop Fotografico che saprà fondere insieme queste tue passioni. Sono molti, difatti, gli acquariofili che si dedicano con cura alla creazione di piccoli o grandi acquari che destano l’incanto in chi li osserva o che, più semplicemente, fanno la gioia dei loro bambini. Tanta cura  e dedizione merita di essere immortalata, non solo per mostrare un mondo sommerso altrimenti irraggiungibile, ma soprattutto per rimanere nel tempo, come un piacevole ricordo che ci faccia sognare ancora. Tuttavia fotografare gli acquari non è semplice: numerose sono infatti le variabili da tenere presente e le difficoltà tecniche che devono essere superate, per riproporre tutta la bellezza del nostro acquario. Partecipando a FOTOGRAFARE GLI ACQUARI imparerete a:

– Preparare l’acquario e l’attrezzatura ideale per la sessione fotografica;

– Capire come fotografare gli acquari sfruttando la luce ambiente;

– Conoscere le tecniche base per fotografare gli acquari al meglio;

– Riconoscere e risolvere i principali problemi pratici che possono capitare nel fotografare gli acquari;

– Capire quando conviene avvalersi del flash fotografico;

– Padroneggiare l’esposizione con luce artificiale (Flash);

– Allestire set fotografici con 1 o 2 punti flash;

– Approfondire le conoscenze circa l’allestimento dell’acquario, il suo mantenimento e le specie di pesci e di piante acquatiche più idonee a seconda delle proprie necessità.

FOTOGRAFARE GLI ACQUARI è un Workshop di Fotografia unico nel suo genere, consigliatissimo per gli acquariofili ed indicato per fotoamatori o appassionati di Fotografia.

TUTOR: Fulvio Villa (Fotografo Professionista; nel Giugno 2012 è stato pubblicato sulla rivista “IL MIO ACQUARIO” – Sprea Ed.)

 

PROSSIME EDIZIONI: DISPONIBILITA’  POSTI E MODALITÀ’ DI ISCRIZIONE

Se sei interessato/a a questo al Workshop Fotografico FOTOGRAFARE GLI ACQUARIinviami una email a info@fulviovilla.com

Terrò presente la tua richiesta e ti terrò informato/a in merito alle tempistiche ed alla logistica di realizzazione.

  • GESTIONE COLORE
  • MODELLO COLORE RGB e CMYK
  • SPAZIO COLORE CIE Lab
  • GAMUT Adobe (1998), sRGB

TEORIA DELLA GESTIONE COLORE

Con il termine “GESTIONE COLORE” si intende tutta una serie di interventi mirati ad avere un risultato prevedibile quando un file immagine passa da un supporto ad un altro (esempio: una fotografia viene vista su due schermi differenti, uno proprio e l’altro del PC di un amico o di un cliente), oppure quando si invia l’immagine ad una periferica di stampa e si vuole una correlazione il più possibile accurata fra ciò che vediamo sullo schermo del computer e ciò che otteniamo con la stampa finale.

Qualsiasi periferica di acquisizione (es.: reflex digitale, scanner) o di riproduzione (es.: stampante, proiettore) interpreta il colore alla sua maniera. E’ come se chiedessimo a quattro amici di dire di che colore sono i nostri jeans: qualcuno potrebbe dire “blu”, qualcun altro “blu scuro”, oppure “blu marine”, oppure ancora “blu cobalto”. Chi ha ragione? Probabilmente tutti e nessuno, ma se qualcuno volesse tingere un paio di pantaloni bianchi per renderli del colore dei miei jeans, sarebbe in difficoltà, perché dovrebbe scegliere un blu fra i quattro menzionati sopra. Introdurrebbe un’approssimazione e, nel far questo, rischierebbe di avere un paio di pantaloni di colore simile ai miei jeans, ma non identici. Serve quindi uno standard “blu jeans” che venga riproposto tale e quale nel passaparola.

L’ ICC (International Color Consortium)

Il problema del colore è talmente importante che nel 1993 è stato istituito un Consorzio Internazionale (International Color Consortium, ICC), al quale hanno aderito numerose aziende, operanti nel settore della grafica e della fotografia, con l’intento di creare uno standard (un linguaggio universale) che aiutasse a risolvere i problemi legati alla discrepanza dei colori nel passaggio da un software all’altro o da una periferica ad un’altra. Sono quindi nati i profili ICC che, per ciascuno strumento, dicono come quello strumento percepisce, mostra e trasmette un determinato colore.

I profili ICC sono dei files *.icc oppure *.icm, situati e/o importati nelle librerie dati del computer. Per gli utenti Windows, si possono trovare sotto: Windows > System32 > Spool > Drivers > Profiles. Oppure, per i profili di Adobe: C:> Program Files > Common Files > Adobe > Color > Profiles.

Per gli utenti Mac: Hard Drive > Library > ColorSync > Profiles. Oppure, per i profili di Adobe: Hard Drive > Library > Application Support > Adobe > Color > Profiles

I MODELLI COLORE

Ora, da un punto di vista tecnico, un colore viene definito numericamente attraverso i valori di 3-4 descrittori. Si parla di Modello Colore e, fra i principali, possiamo citare: il modello RGB (Red, Green, Blue) ed il modello CMYK (Cyano, Magenta, Yellow, blacK).

MODELLO COLORE RGB e CMYK

Il primo è utilizzato da dispositivi che possono emettere o catturare immagini basate sulla luce (fotocamere, scanner, proiettori, video…) ed è il modello su cui si basa la sintesi additiva: più luce viene emessa/catturata e più alti risulteranno i valori di R, G, B fino ad ottenere il colore bianco. Tutti i colori vengono ottenuti addizionando i valori dei tre canali primari. Il secondo modello è usato in ambito tipografico e prevede l’utilizzo di inchiostri C, M, Y, K per ottenere i diversi colori sulla carta (o su altro supporto). In questo caso, per ciascun canale, si applica una scala di riferimento che va da 0% (niente inchiostro) al 100% (inchiostro pieno); applicando il 100% dei canali C, M, Y, si dovrebbe ottiene un colore marrone molto scuro, quasi nero, ma non nero. E’ per questo che si è aggiunto il canale K, al fine di ottenere nella stampa il colore nero assoluto. Si parla di sintesi sottrattiva: i diversi colori vengono ottenuti bloccando (sottraendo) in parte o totalmente il potere riflettente degli altri colori.

GAMUT COLORE e PCS

Le variabili di un modello colore definiscono uno spazio colore, cioè uno spazio all’interno del quale ciascun colore può essere localizzato e definito per quel modello. Il limite di questo spazio colore prende il nome di GAMUT. Colori che cadono al di fuori del gamut, non sono riproducibili dallo strumento, pertanto necessitano di essere fatti rientrare attraverso opportune approssimazioni (lo vedremo a breve, quando parleremo di “CMM: Color Management Methods”).

Il gamut può essere dipendente dall’attrezzatura: poiché ciascuna attrezzatura ha un proprio spazio colore (più o meno esteso), si avrà una rappresentazione diversa di uno stesso colore. Esempio: lavorando in RGB, la mia fotocamera legge il blu dei miei jeans come (R68, G85, B119), ma se dovessi usare uno scanner per catturare il colore dei miei jeans, potrei avere dei valori diversi (R54, G70, B147). In altre parole, la fotocamera dice che il blu è un “blu cielo” e lo scanner dice che il blu è un “blu aviazione”. Infine, aprendo l’immagine dei miei jeans sullo schermo, quest’ultimo vedrebbe quel blu come (R26, G80, B131) e direbbe che i jeans sono “blu cobalto”.

Serve quindi un modo per tradurre in maniera affidabile le informazioni sul colore da uno strumento all’altro. Per fare questo serve un riferimento assoluto ovvero uno spazio colore indipendente dall’attrezzatura.

MODELLO COLORE CIE Lab

Questo riferimento assoluto è stato individuato già nel 1920 dalla CIE (Commission Internazionale d’Eclairage) che studiò la percezione del colore e definì il modello CIEXYZ, poi perfezionato nel 1970 nel modello LabXYZ. Il modello colore Lab descrive uno spazio colore molto ampio all’interno del quale ricadono tutti i colori percepiti dall’occhio umano. Questo spazio colore è definito da tre assi (x,y,z) che mappano i colori sfruttando tre variabili distinte: L (luminosità), a (parametro di colore che va dal blu al giallo), b (parametro di colore che va dal verde al magenta).

Grazie all’esistenza di uno spazio colore ampio ed indipendente dall’attrezzatura, i colori possono essere trasmessi da un dispositivo all’altro in maniera accurata, proprio perché il modello Lab si comporta da profilo di collegamento (PCS, Profile Connection Space).

In pratica: la fotocamera legge un colore e lo descrive secondo il suo profilo ICC; questa informazione viene tradotta nello spazio Lab (e quindi sganciata dalla specificità dello strumento di acquisizione) per poi essere convertita accuratamente nello spazio colore dello strumento finale, grazie al suo profilo ICC.  Facciamo un esempio ed immaginiamo di essere in due: un italiano (fotocamera) ed un tedesco (stampante). C’è solo un modo affinché i due interlocutori parlino e si capiscano: parlare una lingua comune. Supponiamo che entrambi conoscano anche l’Inglese oltre alla loro lingua natia, allora la lingua Inglese diventa il loro “profilo di collegamento”.

SPAZI DI LAVORO

Per facilitare ulteriormente il lavoro di gestione del colore, Adobe System ha introdotto degli spazi di lavoro, cioè dei profili ICC indipendenti (non specifici per alcuno strumento). Questi spazi di lavoro, dal più ristretto al più ampio, sono conosciuti come: sRGB (particolarmente indicato per le applicazioni web), Adobe RGB (1998) (utile per archiviare files e/o per inviarli ad una periferica di stampa generica), ProPhotoRGB (estremamente ampio, ma proprio per questo riservato ad un pubblico esperto). Riferirsi a uno di questi spazi colore standard aumenta la possibilità di fornire delle informazioni sul colore adatte ad essere processate accuratamente per diversi impieghi. Essendo comunque degli spazi colore ampi (gamut esteso) contengono al loro interno la maggior parte degli spazi colore provenienti dai profili ICC specifici per i vari strumenti (gamut limitato); inoltre, essendo standard, sono facilmente interpretabili da qualsiasi periferica attraverso un processo di conversione colore.

GAMUT Adobe (1998), sRGB

Un processo di conversione colore, detto anche metodo di gestione colore (CMM, Color Management Method), è una funzione che mappa i colori di uno spazio colore sorgente (definiti da una serie di numeri) e li trasla (li ri-mappa) nello spazio colore di destinazione.

Esistono diversi CMM, Adobe ne ha creato uno proprio: ACE (Adobe Color Engine) che è poi quello utilizzato da Photoshop, Illustrator, InDesign come motore di conversione colore.

INTENTI DI RENDERING

Ora, quando assegnamo un profilo ad un file immagine NON cambiamo i dati di quel file relativi al colore. Tant’è che possiamo riaprire il file ed assegnargli un altro profilo senza problemi. Invece quando convertiamo in uno spazio colore cambiamo i dati del file: i colori fuori gamut vengono eliminati (perdita di informazioni) oppure vengono fatti rientrare nel gamut grazie a degli intenti di rendering selezionabili fra:

1) Colorimetrico relativo: i colori fuori gamut vengono approssimati a quelli più simili presenti nel gamut. Il bianco dello spazio sorgente viene rapportato al bianco dello spazio di destinazione. Per cui se il bianco di destinazione dovesse essere, ad esempio, una carta fotografica di colore giallino, allora tutti i bianchi dell’immagine sarebbero riprodotti con la stessa tonalità giallina.

2) Colorimetrico assoluto: come il precedente, ad eccezione del fatto che qui è il bianco di destinazione ad essere rapportato al bianco sorgente. In pratica il bianco sorgente prevale su quello di destinazione.

3) Percettivo: questo intento cerca di mantenere inalterati i rapporti tonali all’interno di un’immagine. Per far questo, comprime i colori. Se non ci sono molti colori fuori gamut è un intento interessante soprattutto per chi si occupa di fotografia. Se invece ci sono molti colori fuori gamut è un metodo da evitare: la compressione dei colori considera anche quelli fuori gamut, quindi introduce uno slittamento (una deviazione dall’originale) molto marcata, con risultati imprevedibili.

4) Saturazione: è un intento che predilige la saturazione del colore rispetto alla sua tonalità. Quindi lavora cercando di restituire la maggior saturazione possibile, anche facendo slittare la tonalità di un colore. E’ un intento che ben si presta a soluzioni grafiche (es. loghi aziendali).

 

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor. 

  • Star trails

FOTOGRAFARE LE STRISCE STELLARI

Ci sono momenti in cui mi sdraio sul tetto del mondo e resto a guardare il cielo, la notte, le stelle.

Le stelle sono luminose e si muovono e tutto ciò che è luminoso e si muove impressiona, è il caso di dirlo, il sensore o la pellicola della nostra fotocamera di fiducia.

Cosa serve per fotografare la volta celeste

Fotografare le strisce stellari (star trails) può sembrare un esercizio difficile, ma con un po’ di attenzione i risultati non tarderanno a venire. Ciò che serve è un buon treppiede, uno scatto remoto e batterie cariche e, perché no, un bel soggetto fermo in primo piano (e quando dico “fermo” intendo che deve starsene immobile per almeno un paio d’ore).

Tecnica analogica per fotografare il movimento delle stelle

Se stessimo lavorando a pellicola, tutto ciò che dobbiamo fare è comporre l’inquadratura, mettere a fuoco su una stella (o impostare la messa a fuoco su “infinito”), impostare un diaframma relativamente aperto (f/2.8 – f/5.6), premere il pulsante di scatto in modalità T (Time: l’otturatore resta aperto fin tanto che non lo ripremiamo un’altra volta) ed aspettare almeno un paio d’ore affinché la pellicola venga impressionata dal movimento della volta celeste. Ah, dimenticavo: avete caricato il rullino? 100 o 200 ASA sono sufficienti.

Tecnica digitale per ottenere delle star trails

La ripresa in digitale, strano ma vero, è più problematica… Innanzitutto i sensori si surriscaldano con le lunghe esposizioni (alcuni entrano in blocco), poi non abbiamo più la posa “T”, ma gli ingegneri ci hanno dotato della posa “B” (Bulb: l’otturatore resta aperto fin tanto che teniamo premuto il pulsante di scatto. Meglio premunirsi di uno scatto remoto e di una molletta con cui bloccare il pulsante fino al momento del rilascio). Ecco quindi un vademecum su come procedere in loco.

Dalla reflex alle stelle, step by step

1) Inquadriamo con la macchina fotografica (tutta in manuale: esposizione e messa a fuoco) sul treppiede. Dato che si lavora al buio, può tornare utile una piccola torcia con la quale farsi luce per settare i controlli.

2) Impostare la messa a fuoco sull’obiettivo (usare un grandangolo permette di riprendere più cielo e, quindi, più strisce stellari) fermandosi poco prima del segno di infinito.

3) Per evitare sorprese, è consigliabile impostare manualmente il bilanciamento del bianco, scegliendo Tungsteno. In tal modo si introduce una dominante azzurro/blu che si addice alla notte.

4) Per questioni di spazio e di velocità in Post-produzione, scattiamo in modalità *.JPG settato alla massima qualità.

5) Per stabilire l’esposizione, alziamo dapprima gli ISO ed utilizziamo il valore di diaframma più aperto che l’obiettivo ci consente. Così possiamo fare uno scatto di prova sfruttando un tempo breve, per valutare se apportare delle correzioni. Quindi, con il sistema delle coppie equivalenti, impostiamo 30 sec e tariamo gli ISO ed il diaframma in modo tale da ottenere un buon compromesso fra un valore basso di ISO (200) ed un diaframma relativamente aperto (f/5.6). Questo perché:
– ISO bassi comportano un minor rumore di fondo;
– Diaframma relativamente aperto: cattura più luce, quindi c’è una maggior probabilità di “catturare” più stelle;
– Tempo di 30 sec: è il limite consentito dalle fotocamere prima della Posa B. Utilizzando uno scatto remoto impostato in “Continuo” (e bloccando il pulsante con una molletta), si ottiene uno scatto ogni 30 sec. Con l’orologio al polso, attendiamo circa un’ora (totale 120 scatti).

6) Infine processiamo gli scatti con startrails.exe (software gratuito scaricabile da internet), che permette di costruire l’immagine finale, posizionando gli scatti su più livelli e riportando solo i pixels più luminosi di ciascun livello.

Ed ecco che il gioco è fatto!

Alcune curiosità

Noterete che ci sono tracce stellari di colore diverso, questo dipende dalla temperatura superficiale delle diverse stelle. Le stelle appartenenti all’emisfero boreale, sembrano ruotare attorno alla Stella Polare, che resta fissa ed indica il Nord (ndr.: in realtà le stelle sono ferme, ma il movimento della Terra attorno al proprio asse le fa sembrare in movimento). Se si posiziona l’inquadratura sulla Stella Polare, vedremo formarsi dei cerchi concentrici nella nostra immagine finale. Se non inquadriamo la Stella Polare, avremo delle tracce stellari che si muovono in due direzioni opposte: questo perché le stelle che appartengono all’emisfero australe (vediamo quelle più periferiche) ruotano in direzione opposta a quelle dell’emisfero boreale. Le linee dritte sono tracce stellari lasciate da stelle che si trovano all’equatore celeste.

Talvolta il cielo può assumere una colorazione rossastra, questo è dovuto all’inquinamento luminoso di fonti di illuminazione cittadina (es.: lampade a vapori di mercurio) che hanno una temperatura di colore diversa.

Infine, più tempo aspetterete e più le tracce stellari diverranno lunghe.

Come trovare la Stella Polare

Nel web ci sono numerosi siti su come orientarsi con le stelle. Fra i tanti può essere utile consultare il seguente video presente su Youtube:  L’osservazione del cielo: come individuare la Stella Polare

Oppure fare riferimento alla seguente pagina web:

http://it.wikibooks.org/wiki/Osservare_il_cielo/Imparare_gli_allineamenti

 

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor.  

 

  • Fotografare il cielo al tramonto
  • Tramonto sul mare
  • Foto silhoutte al tramonto

FOTOGRAFARE IL TRAMONTO

L’essenza del tramonto

Mi piace guardare il tramonto: è l’emblema dell’esistenza…Nel tramonto c’è la luce e c’è la tenebra, c’è il rosso della Passione ed il Nero del Mistero, ci sono contrasti forti e delicate sfumature, c’è un tempo troppo breve da cogliere in ogni suo istante e c’è pure un sole che muore, ma in realtà va a splendere altrove.

Il tramonto affascina e credo di non essere l’unico ad esserne ammaliato, tant’è che quasi tutti prima o poi fotograferanno un tramonto. Affinché i colori e la luminosità della scena venga correttamente trasposta in un’immagine, occorre adottare qualche piccolo trucco del mestiere.

Come regolare il bilanciamento del bianco

Un piccolo errore in cui si incappa spesso risiede nel bilanciamento del bianco, che viene lasciato scegliere in automatico dalla fotocamera. Dato che la luce del tramonto è ricca di tonalità rosso/arancio, l’automatismo della fotocamera lavorerà per compensare o, se volete, bilanciare al meglio quell’eccesso di colori caldi. Il risultato sarà una fotografia dai toni un po’ slavati. Se vogliamo mantenere tutta la bellezza di quelle sfumature rossastre, è meglio impostare WB (White Bilance) su “daylight” (luce diurna) prima di scattare le nostre fotografie. Per evitare di perdere brillantezza, conviene leggere l’esposizione su una parte del cielo che non includa il sole, per poi bloccare l’esposizione sui valori di tempo/diaframma così ottenuti e ricomporre l’inquadratura a nostro piacimento. Spesso i tramonti vengono valorizzati da una silhouette nera ben riconoscibile (come il profilo di una montagna, la sagoma di una motocicletta…) che aggiunge interesse visivo alla composizione.

Un treppiede per amico

Scattiamo con l’ausilio di un treppiede che, oltre ad evitare fenomeni di micromosso, ci aiuterà nella composizione dell’immagine.

 

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor.  

 

  • Fotografare la Luna

FOTOGRAFARE LA LUNA

La musa di poeti, scrittori e fotografi

Non ci sono scuse: fin dall’antichità la Luna ha sempre affascinato ed ispirato scrittori, poeti, artisti e… fotografi. Tuttavia arrivare sulla Luna ha sempre richiesto un minimo di preparazione allo scatto.

Spesso quando vediamo con i nostri occhi una bella luna piena, corriamo a prendere la nostra fotocamera, inquadriamo la scena e scattiamo la foto dei nostri sogni… per poi ritrovarci con una foto dove quella luna magnifica è diventata un pallino piccolo, totalmente bianco e talvolta sfocato.

Prima di portare la Vostra fotocamera dai tecnici dell’assistenza, provate a leggere il seguito di questo articolo.

Le dimensioni contano…

Innanzi tutto, le dimensioni. Per avere una Luna grande dobbiamo utilizzare delle focali lunghe (almeno 400mm… ma è costosissimo!). Con una DSLR con sensore APS (parafrasi: “Con una macchina fotografica digitale avente un sensore ridotto”; ndr.: la maggior parte delle fotocamere non professionali) c’è una buona notizia: vi basta avere una focale da 200mm per ottenere una focale equivalente di circa 300mm o poco più. Questo a causa del fattore di ingrandimento introdotto dal sensore. Se ci aggiungiamo un moltiplicatore di focale fra il corpo macchina e l’obiettivo, otterremo una focale ancor maggiore (Es.: Obiettivo da 200mm + moltiplicatore da 2x + DSLR con sensore APS = 600 mm di focale equivalente).

Esporre per la luna

Ora, pensiamo ad esporre correttamente. La Luna, soprattutto se è piena, è ben illuminata dal sole. Per questo non serve alzare il valore della sensibilità oltre ai 400 ISO, così da contenere anche il rumore digitale. Lavoriamo a priorità diaframmi ed utilizziamo la modalità di esposizione a prevalenza centrale. Scegliamo un diaframma (f/5.6-f/8) che ci regali un tempo di scatto di almeno 1/125 sec. Dato che la luna è un astro luminoso, può essere opportuno introdurre una compensazione dell’esposizione di [+1/3; +1]EV, così da ridarle brillantezza. Infine, con la fotocamera sul treppiede, scattiamo la nostra foto solo alla Luna.

“Paesaggi lunari”: come ottenere fotografie di paesaggio con la Luna nel cielo

Ottenuta la nostra immagine, possiamo utilizzarla in un qualsiasi programma di fotoritocco per sovrapporla ad un paesaggio, ad una città o ad un cielo stellato. I puristi della Fotografia grideranno allo scandalo, ma andrebbe ricordato loro come si lavorava a pellicola. Con la pellicola gli accorgimenti in fase di ripresa sono gli stessi che si adottano nel mondo digitale, solo che una volta si scattava un intero rullino tenendo la luna in una posizione ben precisa del fotogramma e poi si ricaricava quel rullino per effettuare una doppia esposizione con uno scenario scelto ad hoc. In pratica la pellicola veniva impressionata solo dove c’era la luna, mentre il resto del fotogramma rimaneva al buio, pronto a ricevere una seconda esposizione (che in realtà lo impressionava per la prima volta). Quindi il digitale ha solo reso più semplice il posizionamento della luna, nulla di più.

 

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor.   

 

  • Fare foto in estate
  • Fotografare l’autunno
  • Scattare fotografie in inverno
  • Immagini di primavera

FOTOGRAFARE LE STAGIONI

Cosa fotografare nelle diverse stagioni

Le stagioni offrono spesso diversi spunti fotografici ed opportunità di ricerca per chi vuole crearsi un proprio portfolio da paesaggista, ecco a cosa prestare attenzione nei diversi periodi dell’anno:

–         AUTUNNO: le giornate si accorciano, mentre la Natura si colora di rosso, arancio e di giallo. I colori sono l’aspetto più rilevante di questa stagione. Valorizziamoli scegliendo la luce del primo mattino oppure quella dei minuti che precedono il tramonto. In questi momenti, difatti, la luce è ricca di tonalità calde; inoltre è molto diagonale, ideale per mettere in risalto textures e profili.

–         INVERNO: i rami spogli si ergono al cielo come braccia in attesa di una risposta. Prima o poi cadrà la neve a ricoprire col suo manto immacolato ogni errore lasciato sulla terra. La neve ha questo potere: rimodella il paesaggio, creando sculture e nuovi volumi. Meglio approfittarne quando è appena caduta ed è intonsa. Fate attenzione all’esposizione che, solitamente, necessita di una compensazione in positivo (+1EV) per catturare il candore dei paesaggi innevati.

–         PRIMAVERA: è il momento della rinascita, della Vita che torna a splendere. E’ il momento dei fiori. Quando vedrete la forsizia fiorire, saprete che a breve si coloreranno i viali, i prati e torneranno a volare le farfalle. Esplorate il mondo della macrofotografia e scoprite nuove forme e motivi che all’occhio potrebbero sfuggire; a seconda delle Vostre esigenze potete optare per delle lenti per macrofotografia, oppure utilizzare dei tubi di prolunga, oppure ricorrere ad un obiettivo dedicato, come un 105mm Macro.

–         ESTATE: le lunghe giornate di sole si caratterizzano spesso per i loro cieli limpidi e l’alto contrasto fra le luci e le ombre. Se Vi piacciono i grafismi, l’estate Vi offre molte possibilità per lavorare con inquadrature strette ed essenziali. Gli animali sono attivi soprattutto nelle prime ore del mattino e potrebbe rivelarsi utile visitare qualche zona acquitrinosa alla ricerca di trampolieri, anatidi ed anche qualche rapace. Valutate tecniche alternative come l’ HDR (High Dynamic Range) o la fotografia IR (Infra Red). Soprattutto, sperimentate!

Pianificare un progetto fotografico

Per gli amanti della fotografia paesaggistica, ecco un progetto interessante e relativamente facile da portare a termine, ma… dovrete avere pazienza. Vi serve almeno un anno!

Trovate un luogo interessante con un elemento distintivo che rimanga stabile nel tempo (può essere un albero, un ponte, una roccia…). Posizionate la Vostra fotocamera sul treppiedi, componete l’inquadratura e scattate la Vostra fotografia. Poi, ad ogni stagione, tornate sul posto e scattate una nuova foto, rispettando l’inquadratura iniziale (portatevi la foto che avete scattato all’inizio, così da avere un riferimento visivo per ricomporre l’immagine). Otterrete così 4 fotografie che documentano il passaggio delle stagioni in un determinato luogo, una serie che ben si presta per realizzare dei quadretti da appendere in casa.

 

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor.   

 

  • Fotografia sentiero nel bosco
  • Foto salici piangenti
  • Fotografia creativa di un bosco
  • Foto bosco in autunno
  • Fotografare le piante

FOTOGRAFARE I BOSCHI E LE FORESTE

Cosa fotografare nei boschi e/o nelle foreste

Camminare in un bosco è molto di più di un salutare esercizio fisico. E’ entrare in armonia con la Natura attraverso i sensi: la bellezza dei colori, il profumo dolce e pungente della resina, lo scricchiolio delle foglie sotto i nostri passi, il frinire degli insetti che si alterna al cinguettio degli uccelli. Boschi e foreste sono anche luoghi ricchi di spunti fotografici, dove ci si può dedicare alla fotografia naturalistica in tutte le sue sfumature. Fiori, funghi, licheni appaiono come mondi nuovi se esplorati con un obiettivo macro, sassi e cortecce ci permettono di arricchire il nostro portfolio con textures sempre nuove, mentre la possibilità di appostarsi ed attendere con pazienza può premiarci con qualche incontro ravvicinato con la fauna autoctona.

Come fotografare i boschi e le foreste

Se vogliamo dedicarci ad un tipo di fotografia più paesaggistica, abbiamo due possibilità: 1) fotografare il bosco dall’esterno (in questo caso è  utile un teleobiettivo, ad esempio per fotografare le foreste sul clinale di una montagna), oppure 2) fotografare il bosco dal suo interno. Quest’ultima scelta risulta essere tecnicamente più impegnativa, perché diverse sono le difficoltà che si possono incontrare in fase di ripresa: luce scarsa, confusione visiva, esposizione complessa. Vediamo qualche suggerimento.

Quale attrezzatura può essere utile

Innanzitutto un buon treppiede è il miglior ausilio che ci si possa procurare. Non solo ci aiuterà a scattare foto più nitide, ma soprattutto ci permetterà di ragionare sull’inquadratura. Dal punto di vista compositivo, un bosco è un insieme disordinato e caotico di piante, tronchi e rami che creano molta confusione in una fotografia. La regola d’oro qui è: ”Semplificare!”. Cerchiamo un’inquadratura che ci permetta di allineare più elementi possibili uno dietro all’altro in modo tale da ridurre il disordine. Cominciamo con un obiettivo normale (50mm su fotocamere reflex full frame, oppure 35mm su reflex a sensore ridotto) e, quando abbiamo preso dimestichezza con le inquadrature semplificate, passiamo ad un grandangolo che ci permetta di abbracciare e descrivere uno spazio maggiore. Non preoccupiamoci troppo delle linee cadenti causate dal grandangolo, ma sfruttiamole a nostro vantaggio per creare grafismi e/o un maggior interesse visivo. Se usiamo il treppiede, possiamo permetterci una sensibilità piuttosto bassa (es.: 200 ISO), così da guadagnare in dettaglio, mentre il ricorso a diaframmi chiusi (es.: f/11-f/16) ci permetterà una buona profondità di campo per avere tutto a fuoco.

Fotografare i boschi e le foreste in maniera creativa

Tentiamo anche qualche interpretazione creativa: se, mentre premiamo il pulsante di scatto, muoviamo la fotocamera dall’alto verso il basso otterremo un effetto piuttosto pittorico.

Da ultimo, sfruttiamo le diverse stagioni dell’anno per apprezzare tutto quello che la Natura ha da offrirci.

Vuoi approfondire l’argomento o imparare ad utilizzare al meglio la tua attrezzatura fotografica? Segui i nostri corsi/workshops didattici oppure richiedi un personal tutor.